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Chirugia plastica come "rito di passaggio"
Il Professor Lorenzetti riflette sull'argomento
Da sempre le società umane hanno usato le celebrazioni per condividere e rendere noti a tutti i passaggi di status dei suoi appartenenti: l’ingresso alla vita adulta, le prove di ammissione allo status di ‘uomo’, le feste per il menarca delle donne e altre usanze come il matrimonio e la relativa esposizione del lenzuolo dopo la prima notte di nozze che nelle società del Sud doveva ‘certificare’ la purezza della sposa.

Nonostante i tempi abbiano subito un' accelerazione e molti comportamenti siano cambiati l’essere umano ha bisogno di riti e rituali che scandiscono la propria esistenza nella comunità. Ecco allora che si festeggiano battesimi, comunioni, lauree e matrimoni così come promozioni sul lavoro e nascite dei figli.

Esiste una vera e propria ‘antropologia del corpo’: non a caso proprio le donne sono quelle che ricercano la chirurgia come un vero ‘rito di passaggio’. Se sino a 50 anni le donne affrontavano poche tappe 'iniziatiche' che si concludevano con la menopausa (morte sociale), oggi hanno conquistato orizzonti vastissimi. A 50 anni le donne sono nel pieno della carriera, possono aspirare a nuove relazioni e ipotetiche maternità. Tradizioni che sono state integrate da modificazioni del corpo. Si è più connessi ma si sente un bisogno di appartenenza ancora maggiore che si testimonia con strumenti variabili e temporanei: dal look alle modificazioni permanenti come ritocchi estetici e interventi di chirurgia plastica.

"Mai come oggi l’attenzione si è spostata sul corpo ma il fenomeno è tutt’altro che nuovo" spiega il Professor Pietro Lorenzetti. "La letteratura etnografica e le ricerche antropologiche sono ricchissime di esempi più o meno cruenti: tagli, incisioni e scarificazioni che determinano l’appartenenza, allungamento di labbra e lobi delle orecchie, allungamento del collo tramite l’applicazione di collari rigidi ma anche l’applicazione di piercing ornamentali sui capezzoli. Senza dimenticare la fasciatura dei piedi delle bambine giapponesi affinché rimanessero piccole e sottomesse da una deformità. Il comune denominatore di queste pratiche è il dolore che rappresenta esperienza e tappa necessaria per acquisire uno status diverso e più elevato. Il corpo diventa quindi uno strumento di comunicazione: esistono tatuaggi tipici che accomunano i membri di particolari corpi militari, i carcerati ma anche gli affiliati alle gang cittadine. Il corpo è materia malleabile e viene plasmato per costruire l’individuo sociale".

I riti sono caratterizzati da tre fasi fondamentali: la fase di separazione in cui l’individuo si allontana dal gruppo sociale, quella di transizione e quella di riaggregazione che prevede il rientro nel gruppo.
La tempistica di un intervento chirurgico riproduce esattamente questa dinamica in cui la convalescenza rappresenta la separazione momentanea per rientrare migliorati. L’ansia e l’aspettativa sono le emozioni dominanti di tutto il processo e l’anestesia diventa il momento simbolico della sospensione e del passaggio verso la nuova fase ambita.
"Proprio come nei rituali tradizionali può essere necessaria la presenza di una figura che ‘guidi’ la persona attraverso questo processo" prosegue Lorenzetti. "Qui abbiamo il medico che deve avere la sensibilità di intercettare e interpretare i reali moventi interiori. Nei casi di passaggio è importante ad esempio che la persona abbia superato la fase del dolore e del distacco dallo status precedente. Modificare un tratto fisico non è una panacea del dolore interiore di una perdita".
Ecco allora che i passaggi di status sociale vengono celebrati rimettendo indietro le lancette dell’orologio. Una separazione, elaborato il fisiologico lutto affettivo, viene seguita sempre più spesso da un investimento sul proprio aspetto. Quando la chirurgia viene usata per sancire un momento particolare si sceglie una parte del corpo visibile: seno per le trentenni, fianchi e glutei a 40 anni e occhi e volto a 50. Le donne vogliono che il loro aspetto le DESCRIVA completamente.
Un altro momento in cui le donne si sottopongono a interventi è il momento in cui i figli vanno via di casa e nelle giovanissime l’ingresso nel mondo del lavoro. Hanno più tempo per se stesse e tornano ad investire sul rapporto di coppia. E se il matrimonio si rivela stanco e usurato le persone preferiscono tentare con un nuovo partner piuttosto che affrontare una lunga terapia. Ecco come il passaggio dal chirurgo diventi sentito come obbligato.
In fondo i moventi sono sempre gli stessi, è cambiato solo lo scenario.

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