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Blefaroplastica, la storia di un paziente
Estrtatto da "Intelligenza Estetica"
"A noi uomini non è richiesto di essere belli. Dobbiamo avere fascino, savoir faire, umorismo, eleganza, ma essere belli per noi è un optional". Queste le parole di Fabio, avvocato di 56 anni che si è rivolto al chirurgo plastico per rimediare ad uno sguardo appesantito dal passare degli anni.
Se da un lato la bellezza è un aspetto della vita alla quale gli uomini fanno sempre più attenzione, dall'altro il malessere di Fabio non era legato ad un capriccio o ad una vanità, ma ad una profonda ragione, al volersi piacere di nuovo, dopo anni in cui gli uomini sono stati solo "macchine da lavoro e da soldi, così tanto lavoro da non avere nemmeno il tempo di spenderli, tutti i denari accumulati", come dice lo stesso Fabio.
Il Professor Lorenzetti lo ha ascoltato, ha compreso le sue ragione e ha provato a restituirgli lo sguardo di una volta con un intervento di blefaroplastica.
Proponiamo di seguito e scaricabile in allegato un estratto dal libro "Intelligenza Estetica" del Professor Lorenzetti in cui, prendendo spunto dalla storia di Fabio, il chirurgo plastico riflette sulla bellezza maschile.

«Non sono mai stato un tipo fissato. Nel mio bagno si contano rasoio, crema da barba, spazzolino e profumo. Niente grilli per la testa. Quando sento che gli uomini spendono centinaia di euro in cosmetici ogni anno mi domando cosa ci facciano. A noi uomini non è richiesto di essere belli. Dobbiamo avere fascino, savoir faire, umorismo, eleganza, ma essere belli per noi è un optional. Io sono identico a mio padre, che alla mia età aveva ancora tutti i capelli neri e una carnagione olivastra, la barba dura. Né belli, né brutti, gli uomini della mia famiglia. Macchine da lavoro e da soldi, così tanto lavoro da non avere nemmeno il tempo di spenderli, tutti i denari accumulati. Ma da un paio d’anni nello specchio davanti al quale mi faccio la barba al mattino vedo un’immagine più stanca, uno sguardo meno brillante. E ho quasi l’impressione di non riconoscere quella persona che mi guarda. Con mia moglie allora abbiamo deciso una vacanza fuori stagione. E al ritorno ero più rilassato e abbronzato, sì, ma quello sguardo continuava a non convincermi: era l’immagine di un uomo di successo, sì, ma avviato, inesorabilmente, verso l’invecchiamento. E non sono le rughe che mi disturbano, anzi quelle mi danno maggiore intensità, sono gli occhi, gli occhi il mio cruccio».

Le pagine di questo mio lavoro sono dedicate all’universo femminile, cui socialmente e storicamente è stata demandata la missione di occuparsi, anzi di incarnare la bellezza stessa, ma è evidente che anche l’uomo si è sempre preoccupato del proprio apparire, e a volte con motivazioni più profonde e sentite della semplice uniformazione a un modello estetico.
L’uomo di cui tratteggio un rapido ritratto ha compreso bene ed è molto vicino all’aspetto più sensibile della propria persona. Sin dal primo incontro mi è stato chiaro che il suo sguardo si è modificato col tempo. Le sopracciglia hanno subito un cedimento fisiologico con un eccesso di cute palpebrale bilaterale che ne appesantisce lo sguardo, e parte dell’arcata sopraccigliare non sembra più così tonica da dare la sensazione di un occhio ben aperto. Se questo cedimento delle regioni perioculari è normale ed è un effetto dell’età, non tutti sono pronti ad accettare una diversa immagine di sé. D’altro canto questo paziente dimostra con le sue parole di avere un atteggiamento equilibrato nei confronti del tempo che passa e, anzi, accetta le piccole rughe che sono comparse sul suo volto come un fattore di fascino, un segno evidente del tempo trascorso e delle esperienze che ha attraversato. Fabio ha una motivazione propria, non influenzata da pressioni esterne, vuole migliorare il proprio aspetto e soprattutto lo sguardo, che ha una rilevanza centrale nel rapporto con gli altri. Dalla mimica degli occhi infatti, possiamo capire molte cose delle emozioni e dei pensieri del nostro interlocutore e Fabio teme proprio di perdere parte della sua “efficacia” espressiva. D’altro canto fa un mestiere in cui è necessario essere convincenti anche con strumenti non direttamente legati alla comunicazione verbale. Durante la visita discutiamo a lungo. Con atteggiamento tipicamente maschile, fa fatica a cedere il controllo e mi rivolge ogni genere di domande relativamente alla blefaroplastica che gli farò. Devo aggiungere tra l’altro che molti colleghi chirurghi non amano i pazienti uomini, perché sono molto più esigenti e sembrano avere aspettative più ampie e meno realistiche sul risultato. Insomma, gli uomini sono spesso considerati pazienti difficili, problematici e con i quali non sempre è facile comunicare. Fanno, sostanzialmente, più fatica a cedere il controllo delle decisioni a qualcun altro e anche per questa ragione è più difficile che un uomo accetti di farsi operare da una donna.
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