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Dipendenza da filler, la storia di Caterina
Estrtatto da "Intelligenza Estetica"
I trattamenti a base di acido ialuronico e tossina botulinica sono un'ottima soluzione per frenare temporaneamente l'invecchiamento del proprio viso. A patto, però, che vengano eseguiti a distanza di tempo l'uno dall'altro, in modo da far riassorbire le sostanze utilizzate ed evitare di stravolgere la naturale fisionomia del proprio volto.
A volte succede che qualche paziente, incoraggiata dai risultati, non rispetti questo criterio e cada in una "dipendenza dal ritocco" che spinge a ricorrere alle "punturine" con una frequenza eccessiva.
Caterina, 52 anni, ne è stata un esempio e quella che segue è la sua storia.

Caterina è una habituée del mio studio, simpatica, briosa, sempre allegra, a tratti infantile nonostante i 52 anni ben portati, grazie anche alle cure cui si sottopone con regolarità. Entrata in menopausa intorno ai 48 anni, da quel momento ha sviluppato una sorta di timore di invecchiare, come se potesse svegliarsi un mattino e vedersi trasformata, senza riconoscersi più. Dapprima sono state le frequenti visite dal ginecologo per tentare di frenare la fisiologica cessazione dell’età fertile. Poi un’amica le ha svelato il magico mondo di ciò che alcune donne chiamano le “punturine”. I risultati l’hanno soddisfatta a tal punto che quello col chirurgo è diventato un appuntamento fisso. O forse dovrei dire con i chirurghi, perché Caterina ha cominciato presto a vergognarsi di questo suo bisogno e per non sentirsi giudicata ha escogitato il trucco di cambiare chirurgo a rotazione, in modo da ottenere un maggior numero di trattamenti in un lasso di tempo più ravvicinato rispetto a quanto sarebbe consigliabile.
E ha cominciato a innervosirsi quando qualche collega ha intuito il trucco rifiutando i trattamenti per il giusto timore di provocarle danni.

Arriva da me quando un paio dei suoi medici le dicono espressamente che fare altri filler servirebbero solo a stravolgerle il viso. Crede ingenuamente di poter dissimulare i trattamenti già fatti. Minimizza. Si schernisce. Punta sulla sua simpatia. Il nostro colloquio è piuttosto lungo, desidero farla parlare per valutare il grado di consapevolezza del suo problema, temo, a ragione, che abbia sviluppato una dipendenza. Alla fine ammette di aver bisogno dei trattamenti e di ricorrervi ogni due mesi. Allora la metto di fronte a uno specchio e le spiego in maniera precisa e accurata come i filler la stiano trasformando, ma in maniera negativa.

La spingo a guardare il suo volto “a pezzi”, ovvero concentrandosi sulle unità estetiche del viso (la fronte, la regione orbito-palpebrale, la regione delle guance e il collo) e non nel suo insieme. Poi le chiedo di guardare alcune foto di stelle del cinema e di giudicarle insieme, voglio che mi dica cosa ritiene attraente e cosa invece giudica antiestetico. Mi rendo conto che ha una buona capacità di critica per ciò che riguarda gli altri, che svanisce quando osserva se stessa. Critica gli zigomi troppo accentuati di alcune attrici molto simili ai propri.

È un colloquio molto lungo ma lei mi ascolta attenta. Riusciamo a focalizzare quali sono i punti del volto che tendono a dare un aspetto invecchiato, valorizziamo i suoi e decidiamo insieme pochi trattamenti ma molto mirati. Le prometto che alzando lievemente le sopracciglia aprirò lo sguardo, riempirò le rughe intorno al naso, i solchi naso-genieni, ma non toccheremo più gli zigomi, anzi attenderemo che l’acido ialuronico si riassorba naturalmente. Io le prometto di frenare l’invecchiamento del suo volto ma lei si deve fidare di me e deve assolutamente rispettare i tempi. Facciamo un patto: se cederà alla tentazione di un filler “fuori programma” mi rifiuterò di intervenire di nuovo.

Non deve essere facile per lei che aspetta l’appuntamento mensile con il chirurgo di turno come un appuntamento amoroso, ma credo che una parte di lei debba crescere e imparare ad aspettare e ad accettare che la vita scorre e lascia qualche segno sia sul volto che sull’anima. I nostri appuntamenti sono sempre molto lunghi, parliamo nel tentativo di ristrutturare delle aspettative realistiche. Un giorno mi porta una sua foto da ragazza e con una certa malinconia ammette: «Non sarò mai più così, vero?».
No, non lo sarà, ma la invito a guardare in che modo la maturità ha reso più bello e intenso il suo sguardo, da giovane un po’ scialbo.

Ormai ci incontriamo un paio di volte l’anno e anche lei scherza sulla sua “addiction”, tentando di convincermi dolcemente a farle una punturina in più.
Non cedo e la sgrido bonariamente.

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